domenica 15 dicembre 2013

Per dieci minuti: con Chiara Gamberale fuori dalla comfort zone


 

Sapete cos’è la “zona di comfort”? E’ il luogo virtuale (ma spesso anche fisicamente reale) che ci fa stare bene, che ci fa sentire al sicuro e protetti, dove tutto procede come deve procedere, senza intoppi, senza imprevisti o seccature. Siamo nella zona di comfort quando facciamo sempre la stessa strada per andare al lavoro, frequentiamo le stesse persone e non abbiamo alcuna voglia di conoscerne di nuove, ripetiamo gli stessi gesti tutti i giorni alla stessa ora da anni, torniamo nello stesso posto delle vacanze, facciamo acquisti negli stessi negozi, mettiamo sempre gli stessi vestiti abbinati precisamente nello stesso modo. E’ la zona del già visto, del già detto, del già fatto. Della creatività zero. Della fantasia ai minimi termini. Dell’avventura “anche no, grazie”. Dell’esperimento negato. Siamo esseri naturalmente restii al cambiamento, votati al conservatorismo, all’immutabilità delle cose. Poi arriva un giorno, per tutti, in cui la vita ti sbatte fuori dalla zona di comfort a pedate nel di dietro. Può succedere di perdere il lavoro. Può capitare che un matrimonio salti per aria. Può accadere di dover cambiare casa. Oppure possono avvenire tutte queste tre cose insieme, come succede a Chiara G., la protagonista dell’ultimo libro di Chiara Gamberale, la sua alter ego. La prima reazione quando veniamo fatti accomodare forzatamente fuori dalla nostra “tana”, è quella di volerci rientrare con tutte le nostre forze. Il primo sentimento è la sofferenza: rimpiangiamo il passato, facciamo il confronto fra il prima (lo stato desiderabile) e l’ora (lo stato detestabile) e ci sentiamo terribilmente sfortunati. Invece di allargare le braccia al cambiamento, gli giriamo le spalle: noi nell’immobilità stiamo benissimo, perché non può essere tutto come prima? Chiara prova invece ad affrontare l’uragano che si è abbattuto sulla sua esistenza, uscendo ogni giorno, volontariamente, fuori dalla zona di comfort, per dieci minuti. Facendo tutti i giorni, per un mese, una cosa nuova per almeno 600 secondi cronometrati: piccola, come mettersi uno smalto dal colore improbabile; insensata, come camminare all’indietro per le vie di Roma; impegnativa, come accogliere una persona nella propria quotidianità; profonda, come chiedere a propria madre come stia, ascoltando davvero la risposta; divertente, come ballare l’hip-hop. E al termine di ciascuno dei pacchetti di dieci minuti, Chiara emerge un po’ diversa dalla Chiara del giorno prima, dalla Chiara dei dieci minuti del giorno prima. I blocchi si sciolgono, le paure svaniscono, le risposte emergono dalle paludi della mente, fino all’happy end finale che non ti aspetti, ma che a pensarci è perfetto per la nuova Chiara e ti riempie di fiducioso ottimismo. E’ un libro sincero, gustoso, molto divertente e questo è il periodo perfetto per leggerlo, perché il gioco dei dieci minuti comincia il 3 dicembre e termina il 3 gennaio, in una sorta di fusione fra calendario dell’avvento letterario e conto alla rovescia mentre l’anno rotola via. E poi ti lascia addosso una gran voglia di provare a giocare anche tu, di cimentarti nei tuoi micro tuffi fuori dalla zona di comfort e vedere cosa succede.  

domenica 8 dicembre 2013

Oriana: una donna (raccontata con amore)



Il titolo del libro è perfetto. Nessun’altra parola avrebbe potuto sintetizzare con altrettanta efficacia la persona che fu Oriana Fallaci. Nessun aggettivo avrebbe potuto esservi accostato. Una donna. Punto. L’autrice della biografia si chiama Cristina De Stefano. Immagino la grande fatica, l’impegno, la ricerca che queste pagine debbono esserle costate. Perché raccontare Oriana Fallaci è difficilissimo nonché molto pericoloso. Io non mi azzarderò a farlo. Finirei per scivolare nell’encomio solenne, nella santificazione tardiva e un po’ anche nel ridicolo. Cose che invece non riguardano l’autrice del testo. Nei ringraziamenti finali, Cristina De Stefano sostiene di non avere molti tratti in comune con Oriana. Prendo per vere le sue parole, ma di certo la diversità non le ha impedito di provare per lei un affetto profondo. Ovunque, fra le pagine, si respira il suo amore per Oriana. Me lo immagino crescere a poco a poco, fra la rilettura dei suoi libri o la scoperta dei suoi appunti o il racconto di chi l’ha conosciuta. Un affetto che si fa più grande là dove Oriana si fa piccola, fragile, indifesa o incanalata verso l’errore. Quando si va ad impelagare in storie d’amore senza speranza. Quando soffre per la perduta maternità. Quando litiga furiosamente per un nonnulla. Quando è la peggiore nemica di se stessa. Quando è, appunto, una donna. Questa biografia ha due grandi pregi. Il primo è quello di restituirci un ritratto completo di Oriana. Di solito, quando si legge qualcosa su di lei, manca sempre un pezzo. Qui al contrario ci sono le mille donne che Oriana ha saputo racchiudere in sé: staffetta della Resistenza, figlia, sorella, giornalista, inviata di guerra, scrittrice, intervistatrice, donna innamorata, mamma interrotta, amica, viaggiatrice. L’altro grande merito che questo volume ha, è quello di ripercorrere tutta la bibliografia di Oriana. Leggendo queste pagine, comprendi che non puoi capire i libri di Oriana Fallaci se li sganci dalle sue vicende personali, perché dalla sua vita nascono e maturano. Non c’è una sola riga scritta da Oriana che non sia stata ispirata da Oriana stessa, dalle sue incredibili esperienze: un giro del mondo alla scoperta della condizione femminile, la frequentazione con i divi di Hollywood prima e gli astronauti in rotta verso la luna poi, i fronti di guerra che la vedono in prima linea come un soldato, le interviste con i potenti della terra, la sua vita privata segnata da grandi dolori. Ecco perché trovo che leggere la storia di Oriana sia fondamentale per avvicinarsi o tornare ai suoi testi: ce li dischiude, ci dà chiavi di interpretazione nuove, ce li fa rivivere con uno sguardo diverso e più profondo. Da ultimo, nel libro troverete un inserto di una ventina di foto, piacevolissimo da sfogliare e davvero emozionante. Oriana Fallaci era molto bella, con i suoi sguardi obliqui e intensi, con i sorrisi che la illuminavano tutta. Una donna di una bellezza totale, fuori e dentro, che questa biografia ricompone con rispetto e delicatezza, come un omaggio dovuto a lei, che in vita fu molto stimata, assai criticata, forse invidiata, ma molto poco amata e capita.

lunedì 2 dicembre 2013

Cose incomprensibili: digressione sui talent e le resse natalizie


 
Nel paese dove il talento è una delle ultime cose grazie alle quali spunti un lavoro, il talent show, invece, va alla grande. Sai cantare, fare una torta, muoverti sulle punte (o credi di saperlo fare)? C’è di sicuro una giuria di gente famosa (e non necessariamente “talentuosa”, ché altrimenti invece di stare lì a guardarti avrebbero di meglio da fare…) che aspetta di portare alla luce l’artista che sonnecchia in te.
Dopo anni di cantanti, ballerini e artisti circensi, è la volta (finalmente) degli aspiranti scrittori. Come mai non ci avevate pensato prima, cari autori di format? Pensavate forse che gli italiani fossero un popolo di ignorantoni, cui bastassero le canzonette e una nuova ricetta per gli spaghetti?
 
Giammai! Gli Italiani scrivono. Non leggono o leggono pochino, ma scrivono: tutti. Il famoso “romanzo nel cassetto” non è una leggenda metropolitana, esiste, solo che adesso si è trasferito nell’hardisk del portatile e grazie all’auto pubblicazione è anche abbastanza semplice portarlo alla ribalta, senza aspettare che siano i posteri a scoprirlo.
Quindi adesso ci sono 100.000 copie in cerca di un autore. E’ questo il premio che attende il vincitore del talent “Masterpiece”, l’agognata pubblicazione con una blasonata casa editrice.
 
La cosa più buffa di questo talent – che detto per inciso è anche piuttosto guardabile e con spunti interessanti- è la collocazione. Lo hanno piazzato su RaiTre, la rete della roba culturale. Ma siccome o non ci credevano fino in fondo o pensavano che il pubblico potenziale fosse fatto di nottambuli sfigati che non hanno né di meglio da fare la domenica sera né un lavoro per cui alzarsi il lunedì mattina, lo hanno schiaffato in seconda serata. Bah!

 
Un’altra cosa che non mi spiego è la ressa nelle librerie nel periodo natalizio. Tutti a regalare libri: alla mamma che al più sfoglia il libro di ricette, alla sorella che avrebbe gradito uno smalto, al fidanzato che gioca tutto il tempo con il tablet, al papà che preferisce la partita in TV.
Nobile scopo quello di donare un libro, ma un libro lasciato a raccogliere polvere su uno scaffale o utilizzato come oggetto di arredamento, è la cosa più triste che esista. Il libro ne soffre, si intristisce, diventa giallo e brutto. E’ come un cucciolo non voluto. Quindi, per favore, non regalate libri se non siete più che certi che chi lo riceve lo amerà e si perderà fra quelle pagine. Non regalate l’ultimo successo di chiccessia, se non avete mai letto una riga di quell’autore, se non avete la più pallida idea di cosa ci sia oltre quella bellissima copertina, anche se ha una fascetta con dichiarazioni entusiaste della milionesima ristampa; anzi, soprattutto se ha una fascetta.

Regalate un libro a chi possiede una tessera della biblioteca, a chi vi parla dei suoi autori preferiti con gli occhi illuminati, a chi ha il comodino inondato di volumi e una serie di arretrati da smaltire, a chi nel libro cerca compagnia, domande o affermazioni, vie di fuga dalla realtà. Per tutti gli altri, lasciate perdere. E lo dico da amante dei libri, che ne regala pochissimi, solo a persone accuratamente scelte e con un'unica eccezione: i bambini.



A loro i libri vanno sempre regalati: anche se giocano solo con il nintendo DS, si fanno srotorale il cervello dalla Tv e hanno i neuroni imbevuti dalla pubblicità. Proprio a loro i libri vanno donati, proposti, offerti, non come alternativa ai giocattoli ma come bellissimi giochi essi stessi.


Se c’è una speranza per il futuro dei libri, se vogliamo che il vincitore del talent di cui sopra abbia non solo 100.000 copie, ma anche e soprattutto 100.000 lettori, sotto l’albero dei bimbi DOBBIAMO assolutamente far spuntare dei libri.



 

 


domenica 10 novembre 2013

Le piccole virtù: ascoltando la voce di Natalia Ginzburg



Il mio primo incontro con Natalia Ginzburg risale alle scuole elementari. Nel libro di lettura c’era un brano tratto da “Lessico Famigliare”: era la pagina in cui Natalia parlava del padre, delle sue manie, come la montagna e lo yogurt fatto in casa, delle sue esplosioni di collera, del suo carattere turbolento. Poi negli anni a venire, Natalia Ginzburg è sparita dalle antologie. Su quella delle superiori, il rinomato Guglielmino, non ce n’era traccia. L’unica scrittrice considerata degna di più di una citazione volante era Elsa Morante. Qui ci sarebbe da aprire una parentesi sulle scelte operate dai programmi scolastici, ma forse oggi, dopo quasi venti anni, le cose sono cambiate, almeno spero... Volevo quindi riscoprire questa autrice, renderle un po’ di giustizia negata, ed ho scelto di farlo con un libro dal titolo intrigante ma ingannevole, “Le piccole virtù”. Sembrava un titolo dal suono familiare, un chiaro rimando a quelle “piccole cose” così care a Giovanni Pascoli. E invece no. Fra le mani mi sono trovata una raccolta di undici saggi, fra i quali quello che dà il titolo al volume e che non contiene affatto l’elogio delle piccole, quanto piuttosto delle uniche, autentiche virtù: quelle grandi. La generosità a dispetto del risparmio, il coraggio invece della prudenza, l’amore per la verità contro l’astuzia. Ecco, credo che già questo basti ad inquadrare Natalia Ginzburg: è una donna che spiazza, come spiazza questo titolo; una donna non allineata al comune pensare ed agire, quello che ci porta a scegliere le piccole virtù, anziché le grandi, ed insegnarle ai nostri figli; una donna dalla grande forza interiore, come traspare dalle sue foto, in cui colpisce l’aria seria e lo sguardo acuto e severo; una donna dalla mente aperta, il cui pensiero limpido brilla fra le pagine di un libro che, nonostante il mezzo secolo di vita, contiene delle pillole di verità e saggezza, insieme ad una buona dose di ironia.

Undici saggi, dunque, di cui non è semplice condensare il contenuto. Se credete nell’amicizia, come accettazione incondizionata, amerete “Ritratto di un amico”, il ricordo intimo, caldo, non edulcorato, di Cesare Pavese e della sua città; se invece continuate a stupirvi delle differenze, piuttosto che di ciò che vi accomuna al vostro compagno, sorriderete con lo spassoso “Lui ed io”; se scrivere è il vostro pallino, dovete assolutamente leggere “Il mio mestiere”, una spassionata dichiarazione d’amore verso la scrittura; se nonostante abbiate visto tutte le puntate di "s.o.s. Tata", siete pronti ad una sana autocritica sui vostri metodi educativi,  studiatevi “Le piccole virtù”; se avete figli adolescenti e volete ricordarvi cosa significa vivere questa età, leggete “I rapporti umani";  se vi sembra che i social abbiano spento il gusto della conversazione, meditate su “Silenzio”; se volete una critica acuta dell’Italia, ancora pungente ed attuale, per voi ci sono “Elogio dell’Inghilterra” e “La Maison Volpé”; se stentate a riconoscere la felicità e a sentirvi fortunate, avrete di che riflettere con “Inverno in Abruzzo”, Le scarpe rotte” e “Il figlio dell’uomo”.
 
Una varietà di temi, insomma; ma nella loro diversità, c’è un filo conduttore che unisce questi undici saggi, ed è la sua autrice, la sua esperienza di vita, ora di moglie ora di madre, ora di scrittrice ora di amica, ora di esiliata ora di viaggiatrice. Ognuno dei brani è stato ispirato da un momento della vita della Ginzburg: l'esperienza della guerra, il confino in uno sperduto paesino dell’Abruzzo, la morte del primo marito, la permanenza in Inghilterra, il secondo matrimonio. Ma la forza delle sue parole è racchiusa nella capacità di superare la semplice esperienza personale e renderla qualcosa in cui tutti possiamo specchiarci: c'è un po' di ognuno di noi, fra queste righe. E mi pare sia proprio questo che rende il libro vivo, che non ce lo fa mai apparire superato dal  scorrere del tempo: il suo agganciarsi a valori universali e sempre condivisibili, la  voce non saccente della sua autrice, simile a quella di una buona ed intelligente amica, con cui ti trovi a conversare, a ricordare, a confrontarti.

sabato 2 novembre 2013

Come leggere di più: 10 strategie per leggere più libri


Non ho tempo per leggere. Quante volte abbiamo sentito questa frase? E’ la giustificazione preferita dai non lettori (purtroppo, una nutrita fetta di connazionali, sigh!). Ma dietro queste parole si trincera spesso anche il lettore appassionato, perché magari vorrebbe leggere ma ci sono giornate in cui il tempo sembra proprio non esserci.
Ebbene, leggere come altre attività, non è tanto una questione di tempo, quanto piuttosto una questione di organizzazione. E’ la mancanza di organizzazione che ci fa sprecare tempo per cui, alla fine, non avanza mai uno spazio per mettersi a leggere. Partendo da questo presupposto, ho raccolto 10 strategie da mettere in atto per rendere il leggere un'attività sempre inserita nelle nostre giornate, come mangiare o bere o dormire:
1.   Fate micro-sessioni di lettura: se aspettate di avere un’ora intera da dedicare alla lettura, molto probabilmente dovrete attendere le vacanze di Natale o la prossima estate. E quasi sicuramente, in queste occasioni, avrete di meglio da fare. In realtà è molto meglio leggere nei mini ritagli di tempo, che sia la coda alla posta, il viaggio con i mezzi pubblici o la sosta in bagno! Se facciamo 6 micro sessioni da dieci minuti l’una, alla fine della giornata sarà come avere letto sessanta minuti consecutivi.
2.   Portate sempre un libro con voi: questa regola discende direttamente dalla prima. Se vogliamo sfruttare i tempi morti, dobbiamo avere sempre un libro dietro. SEMPRE! Quindi in macchina, nella borsa, nella tasca del giubbotto, infilate un libro.
3.   Acquistate un eReader: qui i puristi storceranno il naso. Ma un e-reader è davvero un mezzo straordinario per leggere di più. Persino “Anna Karenina” non vi spaventerà, perché è dimostrato che su un eReader viene meno il “timore del mattone”, cioè lo scoraggiamento che ci assale di fronte ai volumi più alti di un paio di centimetri.
4.   Ascoltate gli audiolibri: non è proprio come leggere, ma ci va molto vicino. E si sfruttano ancora i tempi morti (vedi punto 1), quando tenere in mano un libro sarebbe impossibile, come al volante o durante una corsetta.
5.   Unitevi ad un gruppo di lettura: perché scoprirete libri che non avreste mai letto, perché è bello parlare delle proprie passioni con chi ti capisce e perché un piccolo impegno condiviso aiuta a rispettare le scadenze.
6.   Svegliatevi 15 minuti prima: può sembrare un sacrificio, ma la mattina presto, quando tutto il resto della casa dorme, è il momento perfetto per leggere in santa pace.
7.   Spegnete la TV almeno una sera a settimana: tutte le sere c’è qualcosa da vedere? Non ci credo! A volte si passano le serate a fare zapping oppure si sceglie un programma che tempo pochi minuti, già ronfiamo sul divano. Perché non scegliere di non vedere nulla e leggere?
8.   Frequentate le biblioteche: non abbiate paura, varcate l’ingresso di una biblioteca! Superate il “timore della soglia”, quel senso di soggezione ingiustificato ma che coglie tutti nell’approssimarsi ad una biblioteca. Passateci un po' di tempo a zonzo, curiosate fra gli scaffali, leggete qua e là, fate incetta di libri da portarvi a casa. E’ uno spasso ed è tutto gratis!
9.   Scegliete un argomento e approfonditelo: qualunque esso sia, i romanzi ottocenteschi, i grandi autori americani o la letteratura per l'infanzia, vedrete come ogni libro vi porterà ad un altro libro. Quando ho scelto di approfondire la letteratura femminile, non sapevo che mi si sarebbe aperto un mondo da esplorare. E che avrei sviluppato un sesto senso per scovare i libri che mi interessavano sul tema. L’importante è essere costanti: una volta scelto un percorso, seguitelo fino in fondo.
10. Circondatevi di libri: sparpagliate libri dappertutto, sul comodino, sul termosifone, sopra le sedie. Appuntatevi i titoli che vi incuriosiscono, ovunque vi capiti di sentirne parlare, e comprateli alla prima occasione o prendeteli in prestito in biblioteca. Non importa se siete strapieni di libri, se la pila accanto al letto cresce, se chi vive con voi si lamenta. Ciò che conta è avere sempre in casa il libro giusto al momento giusto.
E voi, riuscite a trovare il tempo per leggere? Avete altre strategie per leggere di più da suggerire?

venerdì 16 agosto 2013

Davanti ad una tazza di tè


"Fuori il modo ruggisce o si addormenta, scoppiano le guerre, gli uomini vivono e muoiono, alcune nazioni periscono, altre, che verranno presto inghiottite, sorgono, e in tutto questo rumore e questo furore, in queste esplosioni e risacche, mentre il mondo avanza, si infiamma, si strazia e rinasce, si agita la vita umana. Allora beviamo una tazza di tè."
Vi è mai capitato di trovarvi in un posto e pensare che sarebbe piaciuto molto ad un personaggio letterario? Lo so, sembra un pensiero decisamente un po' strano, ma ieri mi è successo esattamente questo e vi assicuro che è una delle sensazioni più belle mai provate da chi ama i libri, perché significa che stai pensando ad un personaggio come se fosse una persona in carne ed ossa, qualcuno che vorresti conoscere per raccontargli di quel posticino o magari portarcelo.
C'è un ristorante che amo particolarmente e in cui torno sempre volentieri. Veramente chiamarlo ristorante è parecchio riduttivo. Diciamo che è una casa, che ci abita una vera famiglia che, se avrete voglia, trovandovi a passare in Umbria, di deviare verso Collepepe, sarà ben felice di aprirvi la porta e di farvi accomodare in una delle sue deliziose stanze, su cui spicca fra tutte la Sala del gusto, il ristorante appunto. Insomma, se cercate il calore della vera ospitalità, degli amici che vi accolgono con un sorriso e volete trovarvi nella casa in cui avreste sempre voluto vivere, dovete venire qui, alla Residenze L'Alberata.
Dietro la casa principale, circondata dal verde tenero di un pratino, quasi come se fosse stata ritagliata dalle pagine di un libro di fiabe, brilla nel suo candore la "Casa del tè". Non l'avevo mai vista nella luce del giorno, perché qui sono arrivata sempre per cena, ed è stato un colpo di fulmine.
Insegna della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

Esterno della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

 Maniglia della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

L'interno della Casa del tè - Residenze L'Alberata (Collepepe - PG)

Renée Michel -ho pensato- l'indimenticabile portinaia de "L'eleganza del riccio", avrebbe amato sedersi qui, "bevendo tè fumante a piccoli sorsi felici".
Dopo Miss Marple di Agata Christie, Madame Michel di Muriel Barbery è la più grande bevitrice di tè che la letteratura ricordi. Tutta la sua esistenza è cadenzata dal rito del tè, puntualmente condiviso ogni pomeriggio con Manuela, l'amica di una vita ("Fatevi una sola amica, ma sceglietela con cura"). In effetti in una tazza di tè, e soprattutto nella gestualità che accompagna la sua preparazione, sono racchiuse un'infinità di cose, come ben sanno gli orientali: l'eleganza, la percezione totale attraverso tutti e cinque i nostri sensi, il tempo che si sublima, la consapevolezza delle nostre azioni, la serenità dello spirito contro un mondo inquieto, la bellezza incastonata nelle piccole cose che ci fanno amare la vita.
Se non avete ancora letto "L'eleganza del riccio", procuratevelo. Non solo perché è un inno al tè, ma perché è ricco di preziosi spunti: capirete davvero che le apparenze ingannano, che i gatti sono "i depositari di bei momenti felici", che le camelie (e non le rose) sono il vero simbolo dell'amore, che è possibile trovare anime belle ed affini, anche se la maggior parte degli esseri umani sono una vera delusione.
E poi venite alla Casa del tè e immaginate di sedere in questo spazio intimo e raccolto, a sorseggiare tè fumante in compagnia di Madame Michel, e a parlare insieme dell'ultimo libro che avete letto e amato, quello fra le cui pagine si muove leggera proprio lei.

lunedì 22 luglio 2013

La storia di una bottega: il coraggio di quattro sorelle (e di una casa editrice)


Gertrude, che camminava su e giù per la stanza, si fermò tutto a un tratto e disse: "Prendiamo qualche buona decisione!".
"Sì," gridò Phyllis con la sua usuale schiettezza; "lastrichiamo un po' la strada per l'inferno!".
"Primo, non saremo ciniche."
La mozione fu approvata all'unanimità.
"Secondo, saremo felici!"
Questa mozione venne approvata con entusiasmo anche maggiore della precedente.
"Terzo," propose Phyllis, pronunciando le parole con finto pathos, "terzo, non diremo mai e poi mai che abbiamo visto giorni migliori!"
Così, con i visi sorridenti, si alzarono in piedi e sfidarono il Destino.


La fotografia in copertina è molto bella. Al centro, una donna ritratta di spalle cammina lungo una strada, diretta chissà dove. Mi colpiscono due cose: il fatto che sia da sola (e all'epoca in cui è stata ripresa l'immagine non doveva essere così consueto) e il passo svelto (lo si intuisce dalla mano, salda sulla tesa del cappello, che nella foga potrebbe volarle via). Intorno la città, quale non lo sappiamo, sicuramente una metropoli, come si intuisce dalla strada lunga, ben tenuta e costeggiata dai lampioni e da una serie di edifici, sfumati sullo sfondo, che lasciano trapelare il fervore cittadino.

Confesso di avere scelto questo libro, acquistato alla Libreria delle Donne di Bologna (potete leggere qui la mia scoperta di questo posto incantevole) principalmente per la copertina, anche se questo (lo sanno tutti!) non dovrebbe essere un criterio trainante di scelta. L'altra cosa che mi ha invogliata deve essere stato una specie di transfert, un sottile richiamo a quella che considero uno dei personaggi che più hanno ispirato la mia vita. Parlo di Jo March (qui potete leggere dell'amore incondizionato che provo per lei), nome che in copertina troneggia sotto il titolo ed è quello della casa editrice. Infine l'autrice, Amy Levy, un nome che non riecheggiava nella mia memoria e non conoscevo. Ce n'era abbastanza per essere incuriosita e saperne di più.

Andiamo con ordine. Jo March è un'agenzia letteraria ed una casa editrice, ma innanzitutto un progetto, originale, coraggioso e culturalmente "alto" (oltre che radicato nella regione in cui sono nata e vivo, l'Umbria), che si prefigge di riportare alla luce, tradurre e dare alle stampe piccoli capolavori dimenticati, spesso mai apparsi in edizione italiana, ma che meritano di essere scoperti e amati, quanto altri classici immortali.

"La storia di una bottega" è uno di questi. La produzione ottocentesca di romanzi inglesi è molto ampia e ricca di autori che non sono "sopravvissuti" alla prova del tempo, o perché epigoni di predecessori ben più importanti o perché, semplicemente, non hanno trovato qualcuno disposto ad investire su di loro, offrirli al lettore italiano, insieme a chiavi di interpretazione e riflessione. Amy Levy è una di queste scrittrici, ingiustamente mai tradotta in Italia, prima che la Jo March decidesse di farne il secondo gioiello di una collana dal titolo emblematico, Atlantide, come l'isola perduta, sprofondata nel mare, cui questi libri metaforicamente somigliano.

Consiglio di leggere questo libro subito dopo uno dei romanzi di Jane Austen, come "Orgoglio e pregiudizio" (qui il link al post dove ne parlo) o "Ragione e sentimento". Non per fare paragoni (anche se l'ironia e l'introspezione psicologiche sono due felici qualità che accomunano le autrici), o peggio "classifiche" fra le due signore, ma per compiere un percorso ideale, un viaggio meraviglioso che segua l'evoluzione della condizione femminile lungo l'Ottocento. Jane Austen ci apre la porta del salotto, delle stanze da ballo, delle verande; Amy Levy quella di una bottega, un laboratorio, lo chiameremmo oggi, di fotografia. Le eroine di Jane passeggiano lungo sentieri di sconfinate tenute della campagna inglese e questa sembra essere la loro principale occupazione; quelle di Amy, si muovono affaccendate lungo le strade affollate di Londra e devono lavorare per vivere. Siamo in due momenti storici diversi, l'inizio e la fine di un secolo, e diversa è anche la donna che si è spostata dagli spazi privati e domestici, in quelli pubblici e lavorativi. Amy Levy delinea qui una "bozza" di quella "new woman", che negli anni a venire avrà uno sviluppo più marcatamente femminista.

Amy Levy sceglie di mettere in scena un quartetto di sorelle (Gertrude, Lucy, Phyllis e Fanny) che, rimaste orfane e finanziariamente dissestate, devono trovare un modo per restare a galla nel mare della vita. Respinte al mittente tutte le offerte di "protezione" di parenti e amici, scartata l'idea di lavori femminili ma poco remunerativi, come l'insegnamento o la scrittura, decidono di intraprendere un'avventura commerciale sfidando i pareri contrari di tutti e le convenzioni della società dell'epoca. Il lavoro scelto è quello di fotografe, un mestiere emergente (anche se non certamente fra le donne!) cui le quattro sorelle si dedicheranno non senza poche difficoltà. Molto interessante, a mio parere, è la storia di come la bottega prende vita: dapprima solo un sogno nella testa della volitiva Gertrude; poi un progetto concreto che passa attraverso i momenti fondamentali della formazione (Lucy che intraprende un apprendistato di tre mesi presso un affermato fotografo amico), della ricerca di un locale in affitto, delle spese oculate per far quadrare il bilancio, del duro lavoro per dimostrare di essere brave come e più dei colleghi uomini, della difficoltà ad essere retribuite quanto loro (che tema attuale!).

Certo, il finale non è esattamente "rivoluzionario" (non lo svelo, perché non voglio anticipare altro, se qualcuno fosse curioso di leggere il libro), ma non è questo che conta, è tutto ciò che viene prima, e che porta alla conclusione felice, il nocciolo del libro e, direi, la sua bellezza. Per rispondere alla domanda che Silvana Colella pone nell'ottima introduzione al libro – "perché leggere oggi questa storia"- la risposta è: perché le sorelle Lorimer sono delle pioniere del coraggio e della sfida, che in tempi avversi hanno saputo far ricorso alle loro migliori risorse e che possono, ancora oggi, anni di crisi e di sfiducia nel futuro, essere fonte di ispirazione per tutte noi; per non cedere mai allo sconforto nei momenti meno prosperi; per prendere anche noi, come loro, la ferma decisione di non essere ciniche e di essere autenticamente felici.

domenica 14 luglio 2013

Ritratto di un assassino. Jack lo Squartatore: caso chiuso?


"Non c'è più nessuno da accusare e condannare. Jack lo Squartatore e coloro che lo conoscevano sono morti da decenni, ma i delitti non vanno in prescrizione e le vittime dello Squartatore meritano giustizia".


D'estate la lettura di un giallo, almeno per me, è una tradizione consolidata. Da tempo avevo adocchiato un libro di Patricia Cornwell dedicato a Jack lo Squartatore, probabilmente il "cold case" più famoso della storia. Per chi non lo sapesse o non seguisse il noto telefilm, un cold case è un caso irrisolto, "raffreddato", in genere un omicidio rimasto senza colpevole. Come appunto gli omicidi seriali di Jack lo squartatore. A distanza di 125 anni dal 1888, anno in cui, fra agosto e novembre, si concentrarono i cinque delitti perpetrati nottetempo nel quartiere londinese di Whitechapel, nessuno è riuscito ancora ad attribuire un volto e un nome all'autore di quegli orrendi femminicidi. La violenza e la crudeltà dei delitti di Jack lo Squartatore sfuma oggi un po' nella leggenda e un po' nel bussiness, due aspetti perfettamente sintetizzati nei tour guidati attraverso le viuzze di Whitechapel, durante i quali, per una manciata di sterline, si possono ripercorrere a cuore spensierato le orme dello spietato serial killer.

Patricia Cornwell, scrittrice americana, "madre" della detective Kay Scarpetta le cui avventure a sfondo giallo animano una ventina di best sellers, non la pensa affatto così: i morti non possono diventare fenomeni da baraccone e meritano sempre giustizia, anche dopo anni, anche dopo secoli. E' questa la spinta che c'è dietro "Ritratto di un assassino", in cui Patricia Cornwell sintetizza anni di ricerche e di studi che l'avrebbero portata ad identificare Jack lo Squartatore nel pittore inglese Walter Richard Sickert.

Caso chiuso, come proclama il sottotitolo in copertina? Il punto di domanda è d'obbligo. Perché è vero che tutto torna, ma torna, forse, un po' troppo: qualche forzatura, molte supposizioni e un paio di illazioni, come quelle che vorrebbero il pittore Sickert traumatizzato da una serie di operazioni subite in tenera età e dalla freddezza emotiva della famiglia di origine, traumi che sarebbero la radice di tutto il male commesso. Pertanto, anche se Patricia Cornwell alla fine di 375 pagine canta trionfalmente vittoria ("L'abbiamo preso, ragazzi!"), a ben guardare non è proprio così. Ma allora perché leggere questo libro, invece di gettarlo dalla finestra come le fantasie di un ciarlatano?

Secondo me per due ragioni. La prima, perché Patricia Cornwell merita l'onore delle armi: ha dedicato anni a raccogliere prove, ha speso una piccola fortuna per acquistare documenti di varia natura, ma, soprattutto, ha cercato di risolvere il "caso" come se fosse una vera e propria indagine, sfruttando la sua esperienza, il suo intuito, il suo talento e le sue capacità deduttive.

Il secondo motivo per cui questo libro merita di essere letto, è per l'accuratezza nella ricostruzione della vita nell'Inghilterra vittoriana. Non la vita dei borghesi o quella di corte, ma la vita dei più umili, quelli su cui Jack lo Squartatore si scagliava e che affollavano  Whitechapel. Le povere donne vittime del serial killer, erano prima ancora vittime della povertà. Costrette a prostituirsi dalla miseria in cui versavano, dedite all'alcool per sfuggire da una realtà senza futuro. Il ruolo della donna nell'età vittoriana, indipendentemente dall'estrazione sociale, era, per usare un eufemismo, ornamentale. Ancora più cupa, poi, era la condizione di quelle donne che Patricia Cornwell definisce le "sventurate di Londra". La morale dell'epoca, che confinava la donna e l'attività sessuale all'interno del matrimonio, vedeva le prostitute come donne che sceglievano liberamente questo tipo di vita, delle "viziose" senza speranza, delle peccatrici della peggiore specie. Ma percorrere le strade buie, gelide e sporche di Whitechapel, alla ricerca disperata di clienti, era il solo modo per non morire di fame, per tutte coloro che non potevano contare sul salario di un uomo. I miseri guadagni venivano poi investiti nell'alcool, facendo scivolare sempre più in basso le poverette, in una spirale senza fine di giornate passate a vagabondare, alla ricerca un riparo per dormire e di un po' di cibo.

Patricia Cornwell ci conduce pagina dopo pagina nei dormitori pubblici, nelle case di lavoro, negli ospedali per i poveri; ci illustra il lavoro e i mezzi limitati di cui disponevano i poliziotti e gli investigatori di Scotland Yard, in un'epoca in cui si faceva ricorso, per l'identificazione dei criminali, all'antropometria e alla fisiognomica, non certo ad impronte digitali e DNA; ricostruisce i primordi della medicina legale, ai quei tempi ancora priva sia di solide conoscenze scientifiche che di tecniche affidabili; ci introduce nell'affascinante mondo delle scienze forensi, svelandone metodologie e piccoli segreti. Un libro da esplorare, quindi, non tanto per la ricerca di un assassino, la cui identità continua a restare ammantata nel mistero, quanto per la ricostruzione di un mondo e di un'epoca, quella vittoriana, che molto incuriosisce, che è parte indiscussa del fascino di Londra e che Patricia Cornwell ha saputo magistralmente documentare.

domenica 9 giugno 2013

Facciamoci avanti: le donne, il lavoro e la voglia di riuscire. I consigli di Sheryl Sandberg


Probabilmente il nome di Sheryl Sandberg non vi dice molto. Eppure è una delle donne più potenti ed influenti al mondo: attualmente ricopre la carica di Direttore Operativo di Facebook, ma nel curriculum annovera anche Google, la Banca mondiale e la Casa Bianca. Una donna che, fra un incarico di responsabilità e l'altro, ha in più costruito una famiglia, sposando il suo migliore amico e dando alla luce due bambini. Eppure, anche per lei, la strada per conciliare il lavoro e la famiglia è stata in salita e niente affatto facile da percorrere. Sheryl deve essersi guardata intorno ed avere visto ben poche donne, oltre a lei, sedute ai tavoli dirigenziali. Si è chiesta perché, ne ha analizzato le cause e ha cercato di offrire delle soluzioni convincenti per cambiare lo status quo. Da tutto questo è nato il suo libro "Facciamoci avanti", una community on line su Facebook (qui il link italiano e qui quello originale), su Twitter (#mifaccioavanti) e il progetto dei "Lean in circles", (qui il link), piccoli gruppi di donne che si incontrano per condividere esperienze e sviluppare le proprie capacità.

Trovo che il libro abbia molti punti di forza, primo fra tutti l'impostazione, che rifugge dallo schema americano "guru-discepolo". Sheryl parla a tutte, anche a se stessa, e ciò è chiaro fin dal titolo che non è un imperativo "Fatevi avanti" (cosa che avrebbe anche potuto dirci, visto che lei di strada ne ha fatta un bel po'!), ma un avvolgente ed incoraggiante "Facciamoci avanti", che abbraccia tutte senza esclusione. L'altro elemento che ne fa un libro molto gradevole è il taglio autobiografico, i continui riferimenti ad esperienze personali o di vita vissuta, per cui si capisce che Sheryl parla con cognizione di causa e non è affatto, come verrebbe da pensare scorrendone sommariamente la biografia, una Wonder Woman o una novella Lady di ferro. Il libro deve averle richiesto, fra l'altro, molto tempo, ricerche e studio. Lo dimostrano le ricchissime note che accompagnano i capitoli: riferimenti ad altri testi, studi statistici e scientifici, siti internet, video. Una bibliografia tanto ricca ha l'enorme pregio di supportare e dare valore ai consigli e alle tesi di Sheryl Sanderg, che non appaiono quindi mai fumosi né banali.

E' difficile sintetizzare un saggio pieno di consigli e di suggerimenti. Qui di seguito ho deciso comunque di riportare alcuni spunti di riflessione, che spero vi incuriosiscano e invoglino ad approfondire l'argomento attraverso la lettura integrale del libro.
  1. Che cosa faresti se non avessi paura? "La paura è alla base di molte barriere che le donne devono affrontare: la paura di non piacere, di fare la scelta sbagliata, di attirare un'attenzione negativa, di mirare troppo in altro, di giudicare, di fallire. Senza la paura, le donne possono perseguire il successo professionale e la realizzazione personale e scegliere liberamente l'una, l'altra o entrambe. Allora per favore chiedetevi: che cosa farei se non avessi paura? Poi andate a farlo"
  2. Sconfiggi la sindrome dell'impostore. "Il fenomeno delle persone in gamba tormentate dai dubbi su se stesse ha un nome: la sindrome dell'impostore. Molte persone, ma le donne in particolare, si sentono tali quando vengono lodate per i loro risultati. Anzichè ritenere di meritare i riconoscimenti, hanno la sensazione che non siano dovuti o che sia stato fatto un errore. Presto o tardi, pensano, tutti scopriranno che le loro capacità o competenze sono limitate. Noi ci sottovalutiamo in continuazione. Ma sentirsi sicuri è necessario per cogliere delle opportunità e accettare nuove sfide."
  3. La sindrome della tiara: se la conosci, la eviti. "Le donne pensano che se continuano a fare bene il loro lavoro, qualcuno le noterà e metterà loro una tiara sulla testa. Il duro lavoro e i risultati dovrebbero essere riconosciuti dagli altri ma, quando questo non avviene, si rende necessario autopromuoversi."
  4. Non porre limiti inutili alle tue scelte. "Fra tutti i modi in cui le donne si tengono in disparte, il più dilagante è forse che pongono limiti inutili alle loro scelte. E' raro che le donne scelgano una volta per tutte di smettere di lavorare; invece prendono una serie di piccole decisioni lungo il cammino, scendendo a compromessi e facendo i sacrifici che ritengono necessari per avere, un giorno o l'altro, una famiglia. Il momento giusto per farsi indietro è quando serve una pausa o quando arriva un bambino, non prima, e certamente non con molti anni d'anticipo. I mesi e gli anni che precedono una gravidanza non sono il momento per farsi da parte, ma quello per farsi avanti con più determinazione."
  5. Fa' del tuo partner un vero compagno. "In Italia, le donne svolgono il doppio delle attività di accudimento dei figli e il quintuplo delle faccende domestiche rispetto agli uomini. Se più donne si fanno avanti nella carriera, più uomini devono farsi avanti nella famiglia. Dobbiamo incoraggiare gli uomini ad essere più ambiziosi a casa loro!"
  6. Fatto è meglio che perfetto. "Cercare di fare tutto e pretendere che sia fatto alla perfezione è la ricetta giusta per restare delusa. La perfezione è il nemico. Fate vostro questo motto e lasciate perdere gli standard irraggiungibili."
  7. Credi in te stessa, ma anche nelle altre donne. "Le donne devono sostenere le donne. Il fatto che uno degli ostacoli all'ascesa al potere delle donne siano talvolta le donne che quel potere l'hanno già, è una dolorosa verità. Quanto più le donne si aiutano a vicenda, tanto più aiutiamo noi stesse. Agire come una coalizione produce davvero dei risultati. Cominciamo quindi ad approvarci l'una con l'altra."
  8. La marcia verso la vera uguaglianza continua. "Continua nei corridoi della politica, delle imprese, delle università, degli ospedali, degli studi legali, delle organizzazioni non profit, dei laboratori di ricerca e di ogni organizzazione, piccola o grande che sia. Lo dobbiamo alle generazioni venute prima di noi e alle prossime. Credo che le donne possano assumere più ruoli di comando nei posti di lavoro. Credo che gli uomini possano contribuire di più a casa. E credo che questo porterà un mondo migliore, un mondo nel quale metà delle istituzioni sia guidato da donne e metà delle famiglie sia gestita da uomini."

Grazie, Sheryl!

domenica 2 giugno 2013

La libreria delle donne di Bologna: che bello scoprire che esiste un posto così!



L'esterno della Libreria delle donne di Bologna
Chissà se nella vita le cose capitano per caso. Oppure c'è un filo invisibile che lega tutte le esperienze e che conduce da un punto all'altro del nostro percorso. Sabato ero a Bologna ma avrei dovuto essere da tutta un'altra parte. Abbiamo prenotato un albergo tramite Booking, pochi criteri di scelta a parte il prezzo e una certa vicinanza al centro città, raggiungibile a piedi con una camminata di circa dieci minuti. Avrei potuto percorrere l'altro lato della strada. Oppure avrei potuto percorrere proprio la strada che ho fatto, ma passarci davanti e non notare nulla. Perché la vetrina è piccola, non ci sono le mega insegne delle librerie delle catene e qualcuno ha anche pensato di imbrattare il muro con della vernice spray verde. Eppure quel filo sottile mi ha "trattenuta", indotta a fermarmi. Cercavo il libro per il prossimo imminente incontro del gruppo di lettura. Non avendolo ancora acquistato, mi ripromettevo di fermarmi alla prima libreria incontrata. Eccone una, la guardo con occhi curiosi attraverso la vetrina e sembra un posto così diverso, così particolare. Sulla porta, una scritta che anticipa il contenuto oltre il vetro, "Libreria delle donne". Esito un po', poi salgo i gradini e sono in un posto caldo, bello, dove si respira un'atmosfera familiare. Sorrido e chiedo: "Avete solo autrici?" e la conferma è immediata, a parte un piccolo, interessante scaffale di "autori amici delle donne".

Interno della Libreria delle donne di Bologna
Lo spazio è arioso, ben ripartito, i libri sono suddivisi per genere e per tematiche, come in ogni libreria che si rispetti. Ma scorrendo rapidamente i titoli, ci si accorge che dietro ogni testo c'è un grande lavoro: di scoperta, di proposta e di studio. Mi lascio "chiamare" da un paio di titoli, certa che non mi deluderanno, perché ho la sensazione netta che qui dentro non ci sia posto per pagine che non siano di qualità e che ogni scelta sia meditata e pensata come un consiglio spassionato.
 
Nel curiosare, sono trascorsi venti minuti. Non posso trattenermi oltre, ho abusato della pazienza di chi divide con me l'avventura di ogni giorno e quindi mi avvicino alla cassa. Con un sorriso, mi vengono proposte le belle iniziative che animano questo progetto, che ha visto la luce nel 1996 e vive del lavoro di un gruppo di volontarie più una ragazza che è stata scelta al termine di un'iniziativa lodevole e ricca di contenuto culturale e morale, "un'assunzione collettiva", ovvero 150 persone che si impegnano a contribuire, con cento euro all'anno ciascuna, all'assunzione e formazione di una giovane libraia. Questo dimostra quanto le donne, unite e animate dall'amore per la cultura, possano donare alla società e contribuire alla crescita di un paese dove la cultura può rappresentare una delle chiavi di volta per il rilancio e per il futuro.

Mi dispiace molto essere geograficamente distante da un luogo così vicino ai miei interessi e anche al percorso intrapreso con questo blog. Ma se, invece, voi avete la fortuna di abitare a Bologna, recatevi senza indugi in via San Felice 16/A e lasciatevi contagiare dall'amore per i libri e per le loro autrici. In alternativa, potete sempre curiosare un po' nel blog libreriadonnebo.wordpress.com dove troverete tutto ciò che qui viene pensato e fatto, con vero amore.

mercoledì 29 maggio 2013

Cinque metodi infallibili per allontanare (per sempre) i bambini dai libri


La notizia incoraggiante è che in Italia i bambini leggono di più rispetto alla media nazionale. Se infatti solo il 46% degli italiani legge almeno un libro in un anno, per la fascia 2-5 anni la percentuale arriva al 63,3% e per quella 11-14 al 60,8%.

Esistono comunque cinque metodi infallibili per allontanare i bambini dai libri: eccoli.
1. Non farsi mai vedere con un libro in mano, ma solo con cellulare, tablet o telecomando. Questo è un punto fondamentale. L'amore per la lettura nasce nei bimbi, come molte altre cose che hanno a che vedere con l'educazione, per imitazione del comportamento degli adulti. Quindi se volete essere certi che i vostri figli si tengano alla larga dai libri, dovrete essere voi a starne alla larga per primi.
2. Non tenere in casa libri o utilizzarli come oggetti d'arredamento (vedi punto precedente). I libri siano irrangiungibili per i vostri figli, posizionati su scaffali alti e assolutamente non a portata di mano. E' vietato toccarli, stropicciarli, maneggiarli, trattarli alla stregua di giocattoli divertenti.
3. Riempire la vita dei vostri figli di impegni. La loro giornata preveda una rigida tabella di marcia e sia costruita come uno slalom fra scuola, corsi pomeridiani ed impegni sociali, in modo che non vi sia mai spazio per la lettura. Ridurre al minimo il tempo non programmato perché è proprio là che potrebbe insidiarsi la lettura. Essa richiede tempo e silenzio, quindi queste sono le condizioni da evitare se si desidera eliminare i libri dalla giornata dei vostri bambini. E' importante anche non leggere insieme né leggere ai bambini alcunché ad alta voce. La lettura condivisa e l'ascolto sviluppano intensamente l'amore per la narrazione e l'immaginazione; inoltre, creano legami poi difficili da spezzare.
4. Non portare mai i bambini in libreria o in biblioteca. Questi luoghi sono assolutamente da non frequentare. Se dovesse capitare di entrare in uno di tali posti, redarguire il bambino con frasi tipo "non toccare" e strappargli subito di mano i libri, eventualmente dovesse rovinarli.
5. Se siete un insegnante, accompagnare ogni lettura da compiti. La scheda di lettura è un'arma potentissima per far perdere ogni amore per i libri. Riempite i vostri alunni di analisi del testo e non parlate mai delle emozioni che la lettura ha suscitato. Non organizzate attività divertenti e coinvolgenti con i libri, ma solo cose assolutamente seriose che incutano rispetto e timore reverenziale.


Bene, ora che sapete come fare per escludere i libri dal futuro dei bambini, se desiderate raggiungere l'effetto opposto (cosa che spero vivamente!), non vi resta che ribaltare questi assurdi consigli e accompagnare i piccoli lettori nell'affascinante mondo dei libri, contrastando così il più possibile la "dispersione" del lettore. Coraggio, lettori si diventa!

domenica 12 maggio 2013

Nessuno sa di noi: Simona Sparaco rompe il silenzio intorno alle mamme interrotte


"La vita non è sempre un dono (...) Se siamo qui, ora, significa che in qualche modo ci è stata data la possibilità di scegliere. Un altro tipo di dono, sì. Per quanto assurdo possa sembrare, quello di una morte senza agonia. Lasciare che nostro figlio si addormenti senza aver visto altro che il mondo dentro di me."


Nel giorno della festa della mamma, il mio pensiero e la mia carezza sono per tutte le "mamme interrotte". Le mamme interrotte sono quelle che la realtà ha brutalmente strappato da un sogno; sono quelle che hanno dovuto fare una scelta e pagarne le conseguenze; sono quelle che tacciono, per non essere travolte dai giudizi della gente; sono quelle che questo libro, coraggiosamente, racconta.

I sogni di Pietro e Luce si infrangono al sesto mese di gravidanza, sul monitor di un ecografo, quando scoprono che il figlio che aspettano è gravemente malato. La scelta è dolorosissima. Pietro e Luce rinunciano al bambino. Quella che segue è la storia di una discesa nel buio più profondo e di una lenta, faticosissima risalita.

Vi avverto: non è un libro facile. Leggetelo sapendo che farà male. Leggetelo sapendo che, per accogliere questa storia, bisogna essere pronti. Delle mamme interrotte, in Italia, non si può parlare. Le avvolge un silenzio inquietante che molto dice sul nostro paese e sulle sue leggi inzuppate di crudele moralità. C'è una difesa della vita ad ogni costo, anche quando vita non è, non sarà mai, e se fosse, sarebbe dolorosissima e solitaria, senza un'adeguata rete sociale di sostegno ed assistenza. C'è l'esaltazione della sofferenza, del patimento, dell'espiazione, come tanti Cristi in croce, che ci fa essere fra i paesi con il più basso uso di anestesia epidurale e popolato di obiettori che chiamano coscienza il loro giudicare senza appello.

Le mamme interrotte hanno un solo modo per salvarsi dai giudizi crudeli di chi ha avuto solo la fortuna di non esserci passato: mentire. "L'ho perso", la grande bugia, la bugia che non necessita di nessuna ulteriore spiegazione, che chiude la bocca degli altri ma alimenta il silenzio, la colpa, la vergogna. Perché poi? Un figlio non merita un martirio. Quel martirio la mamma interrotta preferisce patirlo sulla propria pelle, ogni volta che pensando al suo angelo scopre che la ferita non è mai perfettamente ricucita, ogni volta che lo piange, che conta i mesi che avrebbe avuto, che si chiede come possa mancarle tanto una persona mai conosciuta.

Nel giorno della festa della mamma, il mio pensiero e la mia carezza sono per tutte le "mamme interrotte". Sono anche per me.






martedì 23 aprile 2013

Sii bella e stai zitta: una filosofa riflette sul perché l'Italia di oggi offende le donne


"Questo libro è un atto di resistenza. Di fronte alle offese e alle umiliazioni che subiscono oggi le donne in Italia, in quanto filosofa, ho sentito il dovere di abbandonare la torre d’avorio in cui si trincerano spesso gli intellettuali per spiegare le dinamiche di oppressione che imprigionano la donna italiana. Lo scopo è semplice: si tratta di dare a tutte coloro che lo desiderano gli strumenti critici necessari per rifiutare la sudditanza al potere maschile (...). La filosofia è un'arma efficace e potente, l'unico strumento capace di aiutare le donne a riappropriarsi della propria vita e non permettere più a nessuno di umiliarle o azzittirle"



L'azienda per cui lavoro ha circa 1000 dipendenti. Le donne con qualifica di quadro o dirigente si contano letteralmente sulle dita di una mano. Il mio precedente capo si lamentava con me perché non indossavo la gonna e si vantava di scegliere solo le belle, "tanto le retribuiamo come le brutte". Queste e altre raffinate battute sono state il pane quotidiano che ho mangiato per oltre dieci anni, fino al giorno della sua pensione. Nonostante la sua dipartita, lo spirito grossolano aleggia ancora nei corridoi e non c'è riunione in cui le mie povere orecchie non siano allietate da cotanto senso dell'umorismo. Per tacere delle proposte ricevute di prestazioni extra orario, gentilmente respinte al mittente, che hanno congelato qualunque mia crescita lavorativa, ma almeno mi hanno permesso di preservare la dignità e anche un posto di lavoro, vista la fine pessima di alcune colleghe meno sagge. Quotidianamente accendo la TV e mi convinco che ho la cellulite, sono una grassona e per giunta fuori moda, non solo per il modo di vestire ma soprattutto per quello di pensare. Sfoglio i giornali e tremo di fronte al dilagare dell’aggressività maschile: donne infastidite, picchiate, umiliate, violentate, uccise, soprattutto fra le pareti domestiche, soprattutto da chi dovrebbe amarle (padri, fratelli, amici, fidanzati, mariti), un fenomeno che hanno chiamato "femminicidio" perché colpisce le donne in quanto donne, ed è perpetrato dagli uomini in quanto uomini.


Tutta questa premessa per farvi comprendere lo stato d'animo con cui mi sono accostata al libro della giovane filosofa Michela Marzano, "Sii bella e stai zitta".
Avevo un bisogno interiore di confrontarmi sull'argomento "la questione femminile oggi". Sono nata negli anni'70, praticamente nel periodo in cui tutte le conquiste femminili si stavano compiendo: legge sul divorzio (1970), riforma del diritto di famiglia (1975), legalizzazione dell'interruzione volontaria di gravidanza (1978), abolizione del delitto d'onore e del matrimonio riparatore (1981). Pertanto, diventata donna, credevo non ci fosse più niente o quasi di cui discutere su questo argomento. Ma mi sbagliavo. Michela Marzano nel 1998 ha fatto le valigie e da allora vive in Francia, paese che ha molto da insegnarci in tema di diritti femminili e civili in senso lato. Posso quindi capire perfettamente lo sguardo sbigottito dell'autrice sulla nostra televisione, dove il corpo femminile serve a tutto e la mente a niente; o la sua reazione di fronte ai comportamenti da vecchi satiri di una certa classe politica; o come debba sentirsi sconfortata quando, con ossessiva ciclicità, ripartono le crociate contro la legge 194; o il senso di impotenza di fronte agli episodi di femminicidio sempre più frequenti. In noi italiane, che viviamo immerse in questa realtà, che fin da piccole riceviamo un'educazione sessista, che abbiamo pochi modelli di donna diversi da quelli veicolati dalla televisione e dalla pubblicità, prevale invece una sorta di assefuazione, una stanca rassegnazione, che non ti permette un'indignazione profonda. Michela Marzano tenta con il suo libro di risvegliare la lettrice da questa specie di sonno, vuole stimolarla ad abbandonare l'afasia, ad opporsi a tutto un sistema che nella nostra nazione cerca di ridimensionare le donne, di polverizzare le conquiste e l'emancipazione femminile, di zittirci una volta per tutte, di rimporre un modello patriarcale che è parte, purtroppo, della nostra cultura.

Questo libro offre tantissimi spunti di riflessione. Si parla di maternità e di interruzione di gravidanza, di amore e di sessualità, di carriera e di autostima, di adolescenza e di vecchiaia, di chirurgia estetica e di anoressia, di violenza fisica e di offese verbali. Ogni capitolo circoscrive un argomento, lo inquadra e ne fa un'analisi lucida e impeccabile, aprendo la mente del lettore e stimolandolo a guardare la problematica come fosse un poliedro dalle molteplici sfaccettature. Pur essendo l'autrice una filosofa, il linguaggio è piano, accessibile, diretto. Si ha l'impressione di una bella conversazione con una persona che ha molto letto (e i numerosi riferimenti bibliografici lo confermano) e lungamente meditato sulla questione, arrivando a considerazioni (più che conclusioni), non banali, che ora sono sulla carta, offerte a chiunque sia pronto a mettersi in discussione. Un libro scritto per le donne ma da regalare e diffondere fra i nostri uomini, perché si interroghino, perché riflettano sul ruolo e sul modello distorto che è stato loro imposto, perché escano dalle logiche di prepotenza, perché accettino e accolgano l'autonomia e la libertà delle donne come un bene prezioso, fonte di reciproca felicità.















sabato 30 marzo 2013

Una bambina e basta: quando gli aggettivi sono pericolosi


"Cara radio" comincia la letterina, "sono una bambina ebrea...". Mia madre legge e con un gran gesto come di teatro comincia a strappare il foglio scritto in pezzi sempre più piccoli. (...) Mamma non sembra arrabbiata, anzi, è quasi allegra e butta i pezzi del mio lavoro in aria come se fossero coriandoli di carnevale. La guardo irosa e offesa. Anche mamma mi guarda, ma con una specie di ilare indulgenza: "Non sei una bambina ebrea, hai capito? Hai capito? Sei una bambina. Una bambina e basta".
 
Corriere della Sera - 11 novembre 1938
Questo libriccino, dal titolo potente e di poco più di cento pagine, racconta uno dei momenti più bui e vergognosi della nostra storia, l'introduzione nel 1938 delle indegne leggi razziali.  La voce narrante è quella dell'autrice Lia Levi, che si fa piccola e ritorna la bambina che fu per raccontare, con candore e tenerezza, le terribili conseguenze di quelle norme insensate: la cacciata da scuola, la disoccupazione del padre, il trasferimento a Roma, la perdita di ogni elementare diritto, fino alla ricerca di un rifugio in cui nascondersi, concretizzatosi poi in un convento cattolico. Il pensiero corre subito ad un'altra ragazzina, anch'essa nascosta in quegli anni, anch'essa derubata della sua giovinezza, Anna Frank, che purtroppo ebbe un destino ben diverso e meno fortunato. Non c'è in questo libro l'angoscia che si prova leggendo il diario di Anna, dove la sua triste fine è sempre ben presente nella mente del lettore, eppure è impossibile non avvertire anche fra queste pagine un senso di smarrimento e di inquietudine penetrante. Gli occhi puri della bambina Lia vedono e raccontano tutto, pur comprendendo poco, e questo punto di vista "dal basso", innocente e interrogativo, acuisce l'indignazione del lettore adulto. Sono trascorsi oltre settant'anni, le leggi razziali sembrano un ricordo così lontano. Per non dimenticarle, hanno dovuto istituire una "Giornata della memoria", visto che il rischio dell'oblio e della sotto-considerazione è sempre dietro l'angolo. Il libro di Lia Levi non è solo un modo per dire "è successo questo", è anche uno spunto per chiederci "siamo davvero sicuri che non succeda anche oggi?". E' così difficile spogliare la parola bambino di ogni aggettivo: ci sono ovunque bambini extra-comunitari, bambini rom, bambini neri, bambini cinesi e non so quanti altre "tipologie" di bimbi, così come nel 1938 c'erano i bambini ebrei, mentre dovrebbero esserci soltanto bambini: bambini e basta.

domenica 24 marzo 2013

Accabadora: dalla Sardegna del secolo scorso una profonda riflessione sulla vita che finisce



" Vuoi giudicare del come senza capire il perché? Tu hai sempre fretta di emettere sentenze, Maria. (...) Non dire mai: di quest'acqua io non ne bevo. Potresti trovarti nella tinozza senza manco sapere come ci sei entrata." 

In Italia ci sono temi che balzano all'improvviso al centro dell'attenzione: tutti ne parlano, tutti ne scrivono; poi, altrettanto rapidamente, il grande fervore si sgonfia, il dibattito si spegne non tanto perché il problema sia stato risolto, piuttosto perché è stato accantonato, se non perfino sotterrato. Il fine vita è uno di quei temi controversi che hanno avuto nel nostro bizzarro paese un chiaro andamento "parabolico discendente", senza mai approdare ad una definitiva soluzione legislativa, ma rimanendo nel limbo della "non-norma", che mette a posto alcune coscienze, ma di fatto lascia nella completa solitudine chi quel problema lo vive sulla propria pelle.

Nel 2009, quando uscì il romanzo di Michela Murgia, "Accabadora", l'Italia tutta era divisa in due fazioni dal triste caso di una vicenda familiare, quella di Eluana Englaro, balzata agli onori delle cronache, mentre avrebbe meritato un rispettoso silenzio e una profonda riflessione, scevra da giudizi morali. Michela Murgia, studi teologici alle spalle, scrisse a ridosso di quel periodo, un libro destinato a vincere numerosi riconoscimenti, fra cui il Campiello, e che si incentra sul tema del fine vita e della maternità elettiva, attraverso una vicenda ambientata nella Sardegna degli anni cinquanta-sessanta del secolo scorso.

Bonaria Urrai, "vedova di un marito che non l'aveva mai sposata", sceglie la piccola Maria, bocca di troppo della famiglia Listru, come "fillus de anima". Bonaria, che non ha potuto diventare madre perchè la guerra le ha portato via un fidanzato bello e molto amato, cresce una figlia non sua con tutto l'affetto che dalla vera madre Maria non ha mai avuto. Non è questo, però, l'unica strada percorsa da Bonaria per essere madre. La prima vera madre di Maria è infatti, anche, l'ultima madre di chi a Soreni, luogo immaginario della Sardegna, si trova ad attraversare l'ultima fase della propria vita nella sofferenza e nel dolore. Bonaria è una "accabadora", colei che, mossa da pietà, accompagna i destini degli agonizzanti a compimento. Non un assassina, ma una mano pietosa che, dietro richiesta del malato e della sua famiglia, mette fine a sofferenze inutilmente protratte. Una vera e propria "eutanasia ante litteram"? Non proprio, perché i due atti sono solo in apparenza simili.

L'eutanasia si incentra sul singolo, è un atto di autodeterminazione che prende origine da un "testamento biologico". L'accabadora, al contrario, agisce non solo dietro richiesta dell'agonizzante, ma anche della sua famiglia e, soprattutto, con l'autorizzazione e la legittimazione della comunità. Per capire il libro e il significato della presenza (fra l'altro dibattuta e da alcuni considerata al confine fra realtà e leggenda) di tali figure nella Sardegna di metà del secolo scorso, bisogna partire da qui. Occorre guardare la vicenda narrata non con gli occhi contemporanei ma con quelli di un mondo in cui la comunità prevaleva sul singolo, dove ciò che capitava ad una persona, capitava in realtà a tutti. Non esisteva, o era molto ridotta, l'ospedalizzazione, sia della nascita che della malattia. I malati venivano presi in carico dalla famiglia e dalla comunità. La comunità condivideva le gioie (feste di fidanzamento, preparativi per matrimoni, nascite e riti collettivi come la vendemmia) e i dolori (la malattia, la morte) e per questo era "autorizzata" a prendere anche decisioni che oggi sembrerebbero quantomeno "discutibili" ma che in quel preciso momento storico erano assolutamente condivise. "L'accabadora – ha dichiarato Michela Murgia in un'intervista andata in onda su Radio Uno – sorge in un contesto di fortissime relazioni, di corresponsabilità, di co-genitorialità. In questo contesto non esiste l'autodeterminazione: nessuno si fa e si disfa da solo. L'accabadora è la risposta collettiva ad una domanda che oggi considereremmo solo individuale."

Nel libro, l'unico vero atto di eutanasia è la morte di Nicola, che non è un agonizzante, ma un giovane che non sa accettare la vita dopo la malattia. Accogliendo la richiesta di Nicola, Bonaria va oltre il "mandato" affidatole dalla comunità e ciò genererà una serie di conseguenze a valanga: la fuga di Maria, scioccata dalla scoperta della doppia vita della madre, dalla comunità di Soreni verso la solitudine di Torino; il peso e la colpa che Bonaria sconterà fino all'ultimo dei suoi giorni; la fine di un mondo sardo e l'avvento di una nuova epoca.

La scrittura di Michela Murgia ha la delicatezza e la lievità della poesia. Memorabile è il tratteggio dei personaggi, fatto di poche, precise parole sapientemente scelte, che rendono uniche persino le figure minori, su cui spicca il ritratto "manzoniano" del curato del paese e la figura aggraziata della maestra Luciana. E' un libro denso di emozioni, commovente, capace di mettere in moto mille riflessioni e nessun giudizio al tempo stesso. Non c'è una risposta definitiva alla difficile questione del fine vita ma ogni lettore, voltata l'ultima pagina, avrà sicuramente allargato il proprio pensiero e messo da parte qualche certezza di troppo. 


Ho avuto, oltre al piacere della lettura, anche quello dell'ascolto dell'audiolibro, in cui la stessa autrice, con la sua bella parlata, dà voce alle pagine da lei scritte e ricrea perfettamente le atmosfere di una Sardegna magica e arcaica. Lo consiglio di cuore. Cliccando qui potrete vedere il video del backstage che offre, inoltre, una riflessione della Murgia sugli audiolibri e sulla bellezza del racconto orale. 

P.S.
Questo post è nato grazie alle riflessioni e agli spunti che mi sono stati suggeriti durante l'ultimo incontro del gruppo di lettura della Biblioteca Gianni Rodari di Corciano, di cui ho parlato in un recente post. Grazie per avere condiviso con me questa bellissima lettura e i molti pensieri che ne sono scaturiti!